Sebastiao Salgado

SEBASTIAO SALGADO

GENESI

 

La Natura attraversa la Fotografia

 

“L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero tornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita… Nonostante tutti i danni già causati all’ambiente, in queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d’innocenza”.

S. Salgado

Salgado

Le donne musi e surma sono le ultime al mondo a portare dischi labiali. Villaggio mursi di Dargui nel Parco nazionale del Mago, nei pressi di Jinka. Etiopia. 2007.


Un salto all’indietro, all’origine del tempo e dello spazio, un’immersione nel mito, nel sacro. Questa è la mostra fotografica di Salgado negli spazi espositivi al mueso dell’Ara Pacis. Foto esteticamente fantastiche, anche per i non addetti, tecnicamente ineccepibili, profonde, immense nel loro significato. Si entra in punta di piedi, in religioso silenzio; si dovrebbe almeno. E’ la Natura che lo chiede: immensa, estrema, illimitata, si appropria dell’occhio e dell’animo del fotografo attraverso l’obiettivo; di fronte ad essa non può che essere rinnovata la piccolezza dell’uomo, la nostra nullità al cospetto del gigante buono.

Si cerca un Paradiso: Salgado ci dice che il Paradiso è qui, negli angoli più remoti del pianeta. Pianeta violentato, disonorato, danneggiato fino alla distruzione; l’uomo assassinando la Natura, radendo al suolo fonti inesauribili di ossigeno e di vita – foreste, fiumi, deserti, montagne – uccide se stesso.

E quindi in un mondo distratto, prevaricatore e irrispettoso verso la vita, il fotografo si ferma, osserva, contempla e umilmente coglie un universo in perpetua trasformazione, evoluzione, confermandone, al contempo, la colossale bellezza; Salgado con le sue fotografie in bianco e nero punta al centro, al profondo, alla coscienza, e non solo, di coloro decisi di soffermarsi ad ammirare la Natura che, impossessandosi del mezzo fotografico, si impone allo sguardo, rapisce violentemente anche il visitatore più distratto.

Pianeta Sud e quindi Argentina e Antartico; le isole: Madacascar, Papua Nuova Guinea ossia i “Santuari del pianeta”; l’Africa; le Terre del Nord: Canada, Alaska, Colorado, Siberia; infine Amazzonia e Pantanal sono le sezioni della mostra, sono mondi e microclimi diversi, con una pluralità di specie di piante e animali nei loro habitat – pinguini chinstrarp sugli iceber tra le isole Zavodovski, gli albatri del Cile, le iguane delle Galapagos, tartarughe, uccelli, elefanti, giraffe – ripresi dalla mongolfiera – per non fare rumore, per non disturbare la loro sacralità –  eternati sulla pellicola fotografica senza oltrepassare mai il confine, il limite tra noi e loro. Rispetto è la parola d’ordine di Salgado.

Infine l’uomo, quello vero. Gli uomini raccolti in tribù, o in piccoli gruppi famigliari – Korowai, Yali, Zo’é, sciamani Kamayura – che non hanno abbracciato la civiltà del progresso, abitanti degli angoli più remoti del mondo. Salgado, né antropologo né scienziato, abbandonando la presunzione di superiorità propria dell’uomo occidentale, è affascinato dai particolari, dalla bellezza primigenia di uomini, donne, bambini nelle loro abitazioni, nella loro naturalità, impegnati in attività quotidiane, di caccia, di pesca, di pulizia e cura del corpo, con i loro riti, culture, abiti – la “trance-dance”, i dischi labiali delle donne mursi e suma, le case sugli alberi dei Korowai, le slitte guidate dalle donne della Siberia – un mondo dentro il mondo, sconosciuto ai più, alla massa, un mondo che, in un rapporto iscindibile con la natura, cerca di sopravvivere incolume e di sfuggire all’imperare della globalizzazione.

L’esposizione, “frutto di otto anni di lavoro e trenta di reportage” come racconta la curatrice e moglie del fotografo, Lélia Wanick Salgado, lascia il segno, ma non attraverso la violenza dell’immagine testimone della distruzione o della lotta dell’uomo per la sopravvivenza; questa volta la fotografia penetra dentro offrendo la bellezza di quella parte ancora incontaminata, ecologicamente pura, di quel Paradiso da proteggere e ricostruire laddove è andato distrutto.

Genesi è la ricerca di questo mondo, del mondo delle origini, è un ritorno all’essenza, all’inviolato, alla verginità della natura, uno spazio dove il silenzio detta le regole, dove l’uomo deve inchinarsi e proteggere l’eterna magnificenza che lo ospita, e che lo tiene in vita.

VN

Sebastiao Salgado nasce l’8 Febbraio 1944 ad Aimorés, in Brasile. Nel 1964 comincia gli studi di Economia presso l’Università di Vitòria. Si laurea nel 1967 e in quello stesso anno sposa Lelia Deluiz Wanick. Collaboreranno insieme in tutti i progetti fotografici e di comunicazione. Insieme sono impegnati in un progetto di recupero ambientale in un territorio, il Brasile, dove le foreste erano perlopiù annientate. Per tentare di ricostruire l’ecosistema era necessario piantare almeno 2 milioni/2 milioni e mezzo di alberi di almeno 100 specie botaniche diverse. Per raccogliere le risorse necessarie hanno viaggiato da un capo all’altro al mondo chiedendo aiuto a molti Paesi. L’Italia, insieme a Spagna, Stati Uniti e Brasile sono stati coloro che hanno aiutato di più. Attualmemte sono stati piantati più di 2 milioni di alberi con più di 300 specie diverse.

Sebastiao Salgadoultima modifica: 2011-02-03T14:39:00+00:00da giardiniarte

2 pensieri su “Sebastiao Salgado

  1. anche se in ritardo leggo con particolare gioia ed interesse le relazioni dei giardini dell’arte, perchè mi permettono di scoprire scenari e mondi culturali lontani e di un incredibile fascino. Grazie per questo aiuto. Non conosco la data dell’esposizione di Salgado, ma se fossi ancora in tempo mi piacerebbe andare a vederla. Tiziana

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