Rodin. La morbidezza del marmo


AUGUSTE RODIN.


LA MORBIDEZZA DEL MARMO


Rodin, Danaide.jpg

A.Rodin, Danaide, 1889


Essere vivente o scultura? Marmo o carne? Questo ci si chiede di fronte ai capolavori di Rodin, scultore francese nato a Parigi nel 1840, che rifiutato al Salon, nel 1875 partì alla volta dell’Italia per studiare Michelangelo e lo splendore delle sue opere. Come il grande maestro, Rodin infonde la vita al marmo traducendo durezza e freddezza in morbidezza e duttilità; queste le sue parole per Pigmalione e Galatea: «Parlava a voce bassa con devoto ardore. Si rivolgeva a quel marmo come se ne fosse innamorato […]. Ci si aspetterebbe quasi, toccando questo busto, di trovarlo caldo».

Ecco di nuovo che l’artista anima la materia, gli infonde la vita rendendo il miracolo evidente attraverso quel non-finito che caratterizza le sue opere. Corpi e parti di esso si concretizzano, emergono quasi dolorosamente dalla materia rocciosa, si liberano e si rendono percepibili uscendo dall’indeterminatezza ed entrando nella individualità della vita. Le figure di Rodin hanno insita una grande energia e sembrano cedere ad essa, alla sua pressione. L’influenza e lo studio dei Prigioni di Michelangelo è indubbia, il passaggio dalla scabrosità delle basi alla fine levigatezza dei volti e delle membra è straordinario, ma Rodin va oltre eleggendo questa metodologia a principio creativo.

È nell’indeterminatezza e nel tormento che i “misteriosi” corpi di Rodin, attraverso lievi trapassi di luci e ombre, acquisiscono una sensualità e bellezza straordinarie alla vista; ma è soprattutto la figura femminile a mostrare un fascino senza eguali.

                       

                          

Rodin, idolo eTERNo 1890-93.jpg

A.Rodin, Idolo eterno, 1890


«Una fanciulla in ginocchio. Il suo splendido corpo ricade lievemente all’indietro. Il braccio destro è teso verso il piede, che la mano ha trovato brancolando. In queste tre linee prive di sbocco verso il mondo esterno, è chiusa la sua vita e il suo mistero. La pietra che funge da basamento solleva la figura così inginocchiata. E d’improvviso sembra di cogliere nella posizione cui la fanciulla si abbandona, per pigrizia, fantasticheria o solitudine, un antichissimo gesto sacro in cui è assorta la dea di culti lontani e sanguinari. La testa della donna è leggermente chinata; con un’espressione di indulgenza, superiorità e tolleranza, quasi dalle altezze di una notte silenziosa, ella abbassa lo sguardo verso l’uomo che affonda il volto nel suo seno come in un campo di fiori. Anch’egli è in ginocchio, ma immerso tutto nella pietra. Le mani giacciono dietro di lui, cose vuote e senza valore. La destra è aperta; vi si legge dentro. Da quest’opera promana una misteriosa grandezza. Non si osa, ciò accade spesso con Rodin, tentare un’interpretazione. Ne ha mille. […] In quest’opera vibra un’atmosfera di purgatorio. Il cielo è vicino, ma non ancora raggiunto; l’inferno è vicino, ma non ancora dimenticato. Anche qui tutta la magnificenza emana dal contatto; dal contatto dei due corpi e dal contatto della donna con se stessa» (Rilke,2009).



CLICK PER VEDERE LE FOTO


Bibliografia

Contributo Art Dossier (R.Mugellesi, S.Landucci); R.M.Rilke, Su Rodin, 2009

Rodin. La morbidezza del marmoultima modifica: 2011-01-28T11:40:00+00:00da giardiniarte

Lascia un commento