Van Gogh

La “follia” di Van Gogh


Antonin Artaud ribalta il topos romantico “genio e follia”; proprio la creatività dell’artista infatti sta alla base della sua discriminazione: è questa la sua “illuminazione” che la società non può tollerare e che contribuisce a relegarlo nella follia.

 

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 V.Van Gogh, Campo di grano con volo di corvi, 1890

Questi corvi dipinti due giorni prima della morte non gli hanno aperto, più delle altre sue tele, la porta di una certa gloria postuma, ma aprono alla pittura dipinta, o piuttosto alla natura non dipinta, la porta occulta di un aldilà possibile, di una permanente realtà possibile, attraverso la porta da Van Gogh aperta di un enigmatico e sinistro aldilà.

Non è comune vedere un uomo, con nel ventre la fucilata che lo uccise, ficcare su una tela corvi neri e sotto una specie di pianura livida forse, vuota in ogni caso, in cui il colore vinaccia della terra si scontra perdutamente con il giallo sporco delle messi.

Ma nessun altro pittore tranne Van Gogh avrà saputo trovare come lui, per dipingere i suoi corvi, questo nero come di tartufi, questo nero da “ricca scorpacciata” e nello stesso tempo quasi escrementizio delle ali dei corvi sorpresi dal lucore declinante della sera […].

Eppure tutto il quadro è ricco. Ricco, sontuoso e calmo il quadro. Degno accompagnamento per la morte di colui che, in vita sua, fece volteggiare tanti soli ebbri su tanti covoni liberi da ogni vincolo, e che, disperato, con una fucilata nel ventre, non seppe non inondare di sangue e di vino un paesaggio, inzuppare la terra di un’ultima emulsione, gioiosa al contempo, e tenebrosa, con un sapore di vino inacidito e di aceto andato a male […].

Mi sono fermamente e sinceramente convinto, leggendo le lettere di Van Gogh a suo fratello, che il dottor Gachet, “psichiatra”, in realtà detestasse Van Gogh, pittore, e che lo detestasse in quanto pittore, ma sopra ogni altra cosa in quanto genio. È praticamente impossibile essere medico e galantuomo, ma è turpemente impossibile essere psichiatra senza recare nello stesso tempo il marchio della più indiscutibile pazzia […].

La medicina è nata dal male, se non è nata dalla malattia, e se, invece, ha provocato e creato di sana pianta la malattia per darsi una ragione di essere; ma la psichiatria è nata dalla turba plebea degli esseri che hanno voluto conservare il male all’origine della malattia e che hanno estirpato così dal proprio nulla una specie di guardia svizzera per soffocare sul nascere lo slancio di rivolta rivendicatrice che è all’origine del genio. C’è in ogni demente un genio incompreso: l’idea che gli brillava nella testa sgomentò; e solo nel delirio ha potuto trovare una via d’uscita agli strangolamenti che la vita gli aveva predisposto. Il dottor Gachet non diceva a Van Gogh di essere lì per raddrizzare la sua pittura […]. Così facendo, il dottor Gachet non gli vietava soltanto il male del problema, ma anche le seminagioni sulfuree, il tormento del chiodo che gira nel gozzo dell’unico passaggio, con cui Van Gogh, tetanizzato, Van Gogh, in bilico sul baratro dell’affleto, dipingeva […].

A. Artaud, 1947

Nota: “Campo di grano con volo di corvi” è stata ritenuta per lungo tempo l’ultima opera di Van Gogh prima della sua drammatica morte. Probabilmente non è così; ma al cospetto di questo straordinario capolavoro, al di là dei molteplici studi e interpretazioni, fermiamoci ad ammirarne il colore, la vitalità, l’armonia tormentata di ogni singola pennellata.

Action Painting

JACKSON POLLOCK

(1912-1956)


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“Quando dipingo, non sono consapevole di ciò che sto facendo. E’ solo dopo una specie di periodo di “convivenza” con il mio quadro che mi rendo conto di ciò che ho fatto. Non ho nessun timore di apportare modifiche, distruggere l’immagine, ecc., perché il dipinto ha una vita a sé. Per me, cerco di farlo nascere. E’ solo quando perdo il contatto con il quadro che nasce fuori un pasticcio. Altrimenti c’è una pura armonia, la mia attività si imposta in base a un agevole dare e prendere, e il dipinto viene fuori bene”.

J.Pollock, 1947


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J.Pollock, One: number 31, 1950

 

 

 

Piero Manzoni, Scritti


 OGGI IL CONCETTO DI QUADRO…

(Dicembre 1957)



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Oggi il concetto di quadro, di pittura, di poesia, nel senso consueto della parola non possono più avere senso per noi: e così tutto un bagaglio critico che trae le sue origini da un mondo che già fu; giudizi di qualità, di intime emozioni, di senso pittorico, di sensibilità espressiva; tutto ciò insomma che nasce da certi aspetti gratuiti di certa arte. Il momento artistico non sta in fatti edonistici, ma nel portare in luce, ridurre ad immagine, i miti universali precoscienti. L’arte non è un fenomeno descrittivo, ma un procedimento scientifico di fondazione.

Infatti l’opera d’arte trae la sua origine dall’inconscio che noi intendiamo come una psiche impersonale comune a tutti gli uomini, anche se si manifesta attraverso una coscienza personale (da qui la possibilità del rapporto autore-operaspettatore). Ciascun uomo trae l’elemento umano di sé da questa base senza rendersene conto, in modo elementare ed immediato.

Per l’artista si tratta di un’immersione cosciente in sé stesso, per cui superato ciò che è individuale e contingente, egli affonda fino a giungere al vivo germe della umana totalità. È ovvio infatti ciò che a prima vista può sembrare paradossale: cioè che quanto più ci immergiamo in noi stessi, tanto più ci apriamo, perché quanto più siamo vicini al germe della nostra totalità, tanto più siamo vicini al germe della totalità di tutti gli uomini.

L’arte dunque non è vera creazione e fondazione che in quanto crea e fonda là dove le mitologie hanno il proprio ultimo fondamento e la propria origine: la base archetipica. Per poter assumere il significato della propria epoca, il punto è dunque raggiungere la propria mitologia individuale là dove giunge ad identificarsi con la mitologia universale. La difficoltà sta nel liberarci dai fatti estranei, dai gesti inutili; fatti e gesti che inquinano l’arte consueta dei nostri giorni, e che talora anzi vengono evidenziati a tal punto da diventare insegne di modi artistici.

Il crivello che ci permette questa separazione dell’autentico dalle scorie, che ci porta a scoprire in una sequela incomprensibile e irrazionale di immagini forniteci da un caso generale un complesso di significati coerente e ordinato, è un processo di autoanalisi. È con esso che noi ci ricollochiamo alle nostre origini, eliminando tutti i gesti inutili, tutto quello che vi è in noi di personale e letterario nel senso deteriore della parola; ricordi nebulosi d’infanzia, sentimentalismi, impressioni, costruzioni volute, preoccupazioni pratiche, simboliche o descrittive, false angosce, fatti inconsci non consapevolizzati, astrazioni, riferimenti, ripetizioni in senso edonistico, tutto ciò deve essere escluso (per quanto è possibile, naturalmente; l’importante è non attribuire mai valore a ciò che è condizionamento soggettivo).

Attraverso questo processo di eliminazione, l’originario umanamente raggiungibile viene a manifestarsi assumendo la forza di immagini. Immagini che sono le nostre immagini prime, nostre e degli autori e degli spettatori, poiché sono le variazioni storicamente determinate dei mitologemi primordiali (mitologia individuale e mitologia universale si identificano). Variazioni, poiché gli archetipi, questi elementi incrollabili dell’inconscio, cambiano forma continuamente; in ogni istante essi non sono più gli stessi che erano prima; per questo l’arte è in continua mutazione e deve essere in continua ricerca.

Tutto va sacrificato alla possibilità di scoperta, a questa necessità di assumere i propri gesti. Lo spazio-superficie del quadro interessa il processo autoanalitico solo in quanto spazio di libertà in cui noi andiamo alla scoperta; come talvolta delle presenze dei germi attorno ai quali e sui quali noi siamo organicamente costituiti. Qui l’immagine prende forma nella sua funzione vitale; essa non potrà valere per ciò che ricorda, spiega o esprime (caso mai la questione è fondare) né voler essere o poter essere spiegata come allegoria di un processo fisico: essa vale solo in quanto è: essere.


Piero Manzoni