Il Settecento

Il Tempio della Virtù – Autoritratto con l’apoteosi di Niccolò Maria Pallavicini

C. Maratti (1625 - 1713), Il Tempio della Virtù - Autoritratto con l’apoteosi di Niccolò Maria Pallavicini, Stourhead, Wilthshire, The National Trust (Hoare Collection

C. Maratti, Il Tempio della Virtù, Stourhead, Wilthshire, The National Trust (Hoare Collection)

Questo complesso doppio ritratto, celebrativo sia del committente sia dell’autore è un’allegoria attraverso la quale entrano in scena il pittore Carlo Maratti ed il suo mecenate, il Marchese Niccolò Maria Pallavicini, entrambi membri dell’Accademia dell’Arcadia e qui rappresentati nell’ascesa verso quella virtù civile che l’Arcadia proponeva ai suoi aderenti. Da sinistra avanza il marchese Pallavicini, vestito all’antica, guidato dal nume tutelare delle Arti, Apollo, che coronato dal lauro dei poeti gli indica in lontananza il “Tempio della Virtù” sulla sommità del monte Elicona. Lì il marchese è atteso da una figura alata che è la personificazione della Virtù; sullo sfondo Minerva, la dea della Sapienza con i suoi classici attributi, detta il nome del Pallavicini alla personificazione della Storia che lo incide sullo scudo di bronzo, a garanzia dell’eternità della sua memoria. A destra della tela l’autoritratto del Maratti, colto nell’atto di ritrarre il marchese, l’artista quindi partecipa alla scena come testimone privilegiato circondato dalle Grazie, due in contemplazione dell’opera che l’artista sta realizzando, la terza si rivolge al Pallavicini incitandolo a raggiungere la sommità del monte. In alto la Fama, nelle forme di un genietto, ha con sé la corona e la tromba con cui celebrare i due arcadi, in particolare il marchese. Il tempietto a pianta centrale sulla sommità del monte riunisce in sé i modelli del Tempio di Vesta al Foro Boario, il Tempio della Sibilla a Tivoli e il Pantheon ma trova un moderno riferimento proprio a Santa Maria ad Martyres e in particolare all’istituzione, al suo interno, di una galleria di uomini illustri incrementata proprio dal Maratti che vi fece collocare i busti di Raffaello e di Annibale Carracci.

“Viddi, o Signore, che della Gloria al Tempio
Ti toglieva il bel Genio, e viddi poi
Scriver colei, che dell’obblio fa scempio
Su lo scudo di Palla i pregi tuoi.
Viddi, che a farsi altrui d’onor esempio
Correa la Fama, e offriati i lauri suoi.
Dalle Grazie assistito io tutto ho espresso
Su i lini, e in te spero eternar me stesso»

Faustina Maratti

Il Settecentoultima modifica: 2015-07-08T21:27:21+00:00da giardiniarte
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